Timescape: l’universo artistico di Giacomo Costa

Prima di incontrare Giacomo Costa, qualche settimana prima avevo visitato la sua esposizione “Timescape” nella sala mostre ‘Rodolfo Falchi’ del Palazzo del Parco di Diano Marina.

Accompagnata nel percorso da Lorenzo Civiero (titolare dell’omonima Civiero Art Gallery e organizzatore dell’evento con l’amministrazione municipale della cittadina ligure), ho potuto ammirare e apprezzare le immagini dell’artista fiorentino, entrando in esse e comprendendo il particolare processo concernente la loro creazione.

Lo scorso 15 gennaio, Giacomo Costa è intervenuto per il ’finissage’ della sua bella e interessante mostra e, in tale occasione, ho avuto l’opportunità di conoscerlo personalmente e di intervistarlo. L’idea precostituita era quella di un personaggio piuttosto eccentrico, egocentrico e superbo, nella realtà ho scoperto una ‘persona’ davvero amabile e disponibile, con un grande senso dell’ironia, simpatico e umanissimo umanista, sebbene le sue opere possano al contrario ispirare poca umanità.
Ecco dunque quel che mi ha raccontato il Maestro Costa.

D. Come nasce l’amore per la montagna, dalla quale sei partito a fotografare, per una persona nata a Firenze come te?
In realtà la ‘colpa’ è di mio padre, da sempre nemico del mare (anche se ora ha cambiato idea…) e che quindi sin da piccolo mi portava sempre in vacanza in montagna. Per me quindi ricordi di periodi belli e positivi; poi, al liceo, ho avuto in classe un compagno, poi caro amico, che smise di studiare per fare l’alpinista e io che, pur praticando il trekking con mio padre, trovai la cosa strana e affascinante: andai con lui e mi si aprì un mondo… dal 1989 al 1994 non feci altro che scalare e arrampicare e scattare foto di montagna, tant’è che proprio nell’anno della maturità seppi il risultato degli esami al telefono perché mi trovavo ad arrampicare proprio in questa regione, a Finale Ligure, già allora ‘il tempio dell’arrampicata’.

D. Ho visto nel tuo sito i tuoi divertentissimi ‘autoritratti’, le manipolazioni delle Polaroid; quindi ti sei dedicato alle foto di artisti del mondo della discografia, per giungere poi a quelle architettoniche che ti hanno portato al risultato visibile nelle opere qui esposte…
Ah! Devo riassumere tutta la mia vita in tre parole?! Partirei dunque dalla base, dalle origini: il nonno, Renzo Bulletti, morto ormai da non ricordo più quanto, che era un grande fotoamatore, un pioniere! Ha cominciato da bambino all’inizio del XX secolo a creare fotografie con le lastre, col sale…e io sono cresciuto col suo esempio, seguendo lui in camera oscura, per il gusto di vedere come armeggiava, anche se io allora ancora non scattavo foto…

D. Quindi la fotografia l’hai nel DNA un po’ da sempre…
Sì, diciamo di sì. E’ stato proprio nel 1989, quando mi sono appassionato ala montagna, che mi sono fatto regalare una macchina fotografica e, dopo aver scattato tantissime immagini negli ambienti alpini, sono poi passato ad altre sperimentazioni, con gli autoritratti che ho fatto appunto su di me perché non mi sentivo ancora pronto per coinvolgere altri. In quel periodo mi sono appassionato a Mapplethorpe, perché lui è maestro della tecnica e della luce e ho cercato di ottenere quei risultati su di me. Scoprii poi che l’autoritratto otteneva molto apprezzamento e divertimento su chi osservava le mie immagini (accompagnate dalle mie ironiche didascalie, quasi sempre sulla politica) nell’home page del mio sito, e si può dire che, in un certo senso, io abbia anticipato Facebook poiché esprimevo i miei stati d’animo con atteggiamenti, pose e commenti differenti… Dopo questi esperimenti, cominciai a sperimentare su altri, ovviamente amici che, caso vuole, fossero tutti musicisti, e così mi sono ritrovato io a usare loro come soggetti e loro a usare me come fotografo per il loro lavoro; in seguito mi è stato chiesto di fare lo stesso per altri artisti, professionalmente, ma ovviamente non era la stessa cosa. Con gli amici non sto a raccontare in quali svariati e singolari modi realizzavo le foto… completamente diverso dal lavorare in un set con puntualità, rigidità, e via dicendo… non era il mio modo di fare e presto abbandonai questo mondo.
E proprio mentre mi recavo un giorno a Milano (dove si trovavano le case discografiche e gli studi) preso dall’angoscia pensando a come era bello fare foto in montagna e agli amici e com’era tremendo dover andare a Milano per un lavoro che ormai mi faceva venire la gastrite, ho cominciato a usare l’architettura per esprimere la mia ansia e fare altri esperimenti. Così mi sono ritrovato a Firenze ex alpinista, ex fotografo con un sacco d’immagini di palazzi e senza sapere che farne e che fare. Ho dunque iniziato a elaborare quelle foto, dando vita ai miei ‘agglomerati’ e rendendomi conto che, come per i mei primi autoritratti, riuscivo a trasmettere alla gente i miei stati d’animo. Potevo usare l’architettura come metafora per raccontare gli uomini. In fondo anche queste mie città, pur non rivelando alcuna presenza umana, in realtà raccontano di uomini e delle loro storie.

D. Hai fatto mostre in USA, Australia, Europa, in tantissimi luoghi del mondo, come sei arrivato a Diano Marina?
Chiaramente se dici New York, Sidney, Seul… sono posti che ‘fanno un po’ esotico e un po’ curriculum’ e se uno legge il mio curriculum spesso rimane sorpreso. In realtà ho fatto magari trenta mostre in posti famosi, ma 200 in luoghi molto meno noti; però ne ho fatte 200 come Diano Marina, e per me non c’è nessuna differenza, è sempre bello perché il pubblico è sempre il pubblico e non è che quello di Parigi o Colonia o Houston sia differente o più preparato degli altri. Per me è sempre un palcoscenico, e con palcoscenico intendo un modo di interagire con la gente tramite i miei lavori e, ovunque sia andato, l’argomento che tratto ha avuto sempre la stessa risposta. Se certe immagini fanno scaturire ansia, questo è un sentimento comune a tutti. Che stia in cima al Tibet o a Diano Marina. L’idea di questo mondo che si trasforma, in peggio, per colpa degli uomini, deve e può raggiungere tanta gente e quindi venire anche qui per me significa che, oltre naturalmente a essere stato invitato, è un’occasione per portare il mio messaggio perché anche se solo una singola persona lo comprende, comprende che questo vale per il mondo intero e tutti devono essere sensibilizzati.

D. Herald Tribune ti ha dedicato una pagina intera, mentre le testate italiane sono sempre molto restie a parlare d’arte…Nemo profeta in patria? Esterofilia, mancanza di cultura o altro?
Secondo me tutto un insieme di cose. Innanzitutto l’Herald Tribune è la versione europea del New York Times e, durante la fiera di Basilea, tutte le testate internazionali, a eccezione delle italiane, dedicano molti articoli agli artisti presenti; in quel caso la pagina è stata dedicata a me e per fare questo il giornalista, peraltro già di una certa età, è venuto a intervistarmi personalmente da Londra a Firenze, a casa mia… ora uno potrebbe dire sì, Nemo profeta in patria e, anche se ho una rassegna stampa piuttosto corposa (per fortuna), ho avuto di recente anche qualche risposta in Italia. Pur se fino a qualche anno fa ti avrei risposto urlando poiché per molto tempo sono stato completamente ignorato. Ora invece molte testate nazionali mi hanno dedicato diversi articoli.

D. Dopo quello dell’Herald Tribune, però
Ora sei tu che provochi, sì, però devo ammetterlo. Anche perché nella realtà sono pochissimi i giornali italiani che dedicano spazio all’arte italiana, mentre all’estero ne danno molto di più. Nel supplemento domenicale di El Pais, per esempio, hanno realizzato una uscita monografica sull’architettura e come immagine simbolo di copertina hanno utilizzato una mia foto… 300.000 copie… Il punto non è tanto che la stampa italiana ignori me, ma che ignora tutti gli artisti italiani. Diciamo che, rispetto a molte testate internazionali, da noi gli spazi sono davvero pochi e a volte mal gestiti…

D. Questa tecnica ultima che utilizzi, come la spiegheresti in parole semplici a un neofita, come ottieni questi risultati?
E’ molto semplice da spiegare, la mia fortuna è la tecnologia! E’ la stessa metodologia che voi tutti conoscete ed è la stessa utilizzata per il cinema per ottenere gli effetti speciali. Per esempio vedi Avatar o Guerre Stellari, sono mondi che non esistono… è una tecnica che richiede una conoscenza tremenda, da ‘nerd’ patentato, per mezzo della quale, partendo da uno schermo completamente bianco (come un pittore davanti a una tela bianca), con tutti gli strumenti tecnologici a mia disposizione creo questo scenario dal nulla, in altre parole niente di quello che il pubblico vede esiste nella realtà!
Utilizzo questa tecnica dal 1996, ma fino al 2002 elaboravo le mie immagini con Photoshop, mentre dal 2002 in poi, siccome il mio obiettivo non era la fotografia, bensì la rappresentazione del mondo che avevo in testa, con la nuova tecnologia a disposizione sono riuscito a ottenere i risultati che auspicavo. Quindi, come detto prima, tutto ciò che vedi, che il pubblico vede alle mie mostre e nel mio sito, le opere sono tutto ciò che è uscito dalla mia testa: qui metto un palazzo, qui una montagna, lì un albero, una nuvola…

D. Ah, ecco, molto singolare, io invece pensavo partissi da una fotografia e poi la elaborassi…
No, infatti è questa la particolarità delle mie opere e, senza falsa modestia, posso dire che al momento sono l’unico al mondo: sembra un incrocio fra immagini, ma in realtà è tutto ‘virtuale’. E il nuovo passo è che presto sarà tutto ‘navigabile’, cioè chi guarderà le mie opere vi potrà entrare a giro, come in un plastico, e muoversi dentro. Sto lavorando a questo: fermo immagine e video.

D. Hai creato un neologismo per definire i tuoi lavori, come li definisci, ti definisci?
No, assolutamente! Quest’arte per me è ‘fotografia’ e io sono un fotografo. Anche se hanno definito i miei lavori pittura digitale, video arte, e altre diavolerie, ma io sono e mi considero un fotografo anche se questo ha creato dibattiti e fatto infuriare centinaia di fotografi… per me è come il cinema: se guardi Guerre Stellari lo chiami film, non è che lo definisci diversamente perché rappresenta un mondo che non esiste creato con gli effetti speciali. E’ un linguaggio fatto di inquadrature, immagini, colonne sonore. Ecco, per la fotografia è lo stesso; malgrado i puristi la vogliano incasellare in un genere, dimenticando che la sua evoluzione ha visto l’immagine seppia, bianco & nero, colore, digitale ma senza modifiche, poi digitale modificato con Photoshop ma fino a un certo punto… un’evoluzione continua. La fotografia è quindi come il cinema: un linguaggio visivo. Le mie immagini usano lo stesso linguaggio anche se non utilizzo la macchina fotografica ma raffiguro le città che non esistono: questo spesso fa arrabbiare tanti ‘colleghi’, ma io vado avanti per la mia strada.

Grazie per il tuo tempo e allora: buona strada!

Giacomo Costa è un fotografo italiano, noto per la sua ricerca artistica e per l’uso di tecnologie digitali nelle sue immagini. Fin da piccolo mostra scarso interesse per lo studio che abbandonerà dopo i primi anni del liceo classico per dedicarsi prima all’attività di motociclista e poi di alpinista in montagna, dove inizia a coltivare il suo interesse per la fotografia. Nel 1994 incontra a Firenze la critica Maria Luisa Frisa che lo introduce nel mondo dell’arte. Nel 1996 inizia una collaborazione con il gallerista aretino Marsilio Margiacchi, ma è nel 1998 che stringe un forte rapporto di collaborazione con il gallerista milanese Davide Faccioli di Photology che espone i suoi lavori a Milano e a Londra e in diverse fiere internazionali, a seguito delle quali inizia a collaborare anche con le americane Arthur Roger Gallery di New Orleans e Laurence Miller Gallery di New York. Collabora dal 2003 con la Galleria genovese Guidi&Schoen.

Sito internet: www.giacomocosta.com

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